Approfondimenti

PERCHÉ IMPARARE A PROGRAMMARE?

 

«Imparare a programmare non serve solo a creare futuri programmatori, di cui pure c’è bisogno» spiega Alessandro Bogliolo, docente all’università di Urbino e «ambasciatore» per l’Italia della «CodeWeek», in scena quest’anno dal 15 al 23 ottobre.

«Il salto di qualità — continua Bogliolo — si fa quando si inizia a pensare che il coding debba diventare materia di studio». E lo sta diventando un po’ in tutto il mondo. Barack Obama pochi mesi aveva esortato gli studenti americani: «Non comprate un nuovo videogioco, fatene uno. Non scaricate l’ultima app, disegnatela». In Italia, tra le linee guida della Legge 170/2015, meglio conosciuta come Buona Scuola, è citata anche l’educazione al pensiero computazionale e al coding nella scuola italiana.

Il concetto chiave è il “pensiero computazionale”, che ricorre anche nel documento del governo. «Significa pensare in maniera algoritmica ovvero trovare una soluzione e svilupparla — dice Bogliolo —. Il coding dà ai bambini una forma mentis che permetterà loro di affrontare problemi complessi quando saranno più grandi». Insomma imparare a programmare apre la mente. Per questo si può cominciare già in tenera età. Anche per uscire da un equivoco: quello che i nostri bambini, i cosiddetti “nativi digitali”, siano bravissimi con le nuove tecnologie. «È un luogo comune» dice Massimo Avvisati, responsabile didattico dell’area Kids di Codemotion. Poi spiega: «Per gli adulti il tablet o lo smartphone sono una finestra di libertà. Molli il piccolo davanti a quello strumento per una mezz’ora, ti godi un po’ di pace, poi lo vedi disinvolto con la tecnologia e pensi che tutto finisca lì. Ma è una fruizione passiva».

Quando i bambini si avvicinano al coding, invece, diventano soggetti attivi della tecnologia. I risultati sono immediati. In poco più di un’ora si può creare un piccolo videogioco, funzionante: «Li rendiamo produttori di tecnologia. E i ragazzi via via maturano anche una presa di coscienza. Quando lavorano per il loro videogame vogliono che sia difficile. «Altrimenti chi lo usa si annoia», dicono. Iniziano a vedere le cose da una prospettiva diversa» aggiunge Avvisati.

Paolo Ottolina, Che cos’è il coding e perché i vostri figli dovrebbero imparare a programmare, 21 novembre 2014

 

CODING ALLA SCUOLA DELL’INFANZIA?

Interviene Claudio Carabelli, Animatore Digitale presso l’IC Ungaretti di Sesto Calende (VA), scuola che ha deciso di sperimentare il coding anche alla Scuola dell’Infanzia.

«Quando un Istituto scolastico, un insegnante, propone di fare “coding” all’Infanzia qualche domanda se la pone: «Per esempio, quale può essere il senso?», e anche «Come mediare il “programmare” e presentare un evento a un bambino/a di 5 anni?».

La strategia di intervento sta nel pensare il Coding spoglio della sua veste informatica e considerarlo come “una sequenza di istruzioni”. E così anche il mediatore didattico Pepe può “essere programmato”, per arrivare a mangiare il suo formaggio evitando tutte le trappole.

Questa esperienza con il mondo dell’Infanzia è un segnale forte, innovativo, che sperimenta, in modo ludico, il possibile contagio tra bambini e digitale.

Bravi a questi piccoli alunni che, senza accorgersene, hanno  iniziato un percorso che li porterà nel loro futuro».

a cura di Chiara Beltramini

                                                Impariamo a programmare…

                                                                               e buona codeweek 2016 a tutti!

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Qualche link:

http://codeweek.it/ – sito ufficiale CodeWeek, aggregatore di eventi e risorse di coding disponibili in rete

http://www.programmailfuturo.it/ – sito ufficiale CINI-MIUR che offre alle scuole italiane (e non solo) le risorse gratuite di code.org

http://codescool.net/ – comunità di apprendimento online aperta e informale


I mediatori dell’educazione

pepe per post i mediatori didattici

In questo post troverete interessanti riflessioni sull’uso dei mediatori nell’educazione di Andrea Canevaro. Pedagogista di prestigio internazionale, fin dagli anni ’70 si è impegnato sul fronte dell’inclusione sociale nell’ambito della disabilità, tanto da essere ritenuto il “padre” della Pedagogia Speciale in Italia. É direttore di riviste, membro di comitati scientifici editoriali e tiene corsi di Pedagogia Speciale per la Facoltà di Scienze della Formazione dell’Ateneo di Bologna.

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La relazione che aiuta

Vi invitiamo anche a leggere un interessante articolo, tratto da “Babele”, dal titolo “La relazione che aiuta”, a cura di Michele Capurso e Stefania Finauro, formatori dell’Associazione Gioco e Studio in Ospedale. È una bella esperienza del ruolo del personaggio mediatore, come il nostro Pepe, con i bambini ospedalizzati.

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